C’è un errore culturale che stiamo commettendo collettivamente: rifiutarsi o evitare di guardare la serie Il Gattopardo di Netflix per un malinteso senso di protezione verso il film di Luchino Visconti. È tempo di fare chiarezza con serietà.
Questa imponente produzione cinematografica italiana non nasce per rifare il film del 1963, ma per compiere un atto di giustizia letteraria: rimettere al centro il romanzo capolavoro di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Chi si sottrae alla visione per difendere un paragone storico sta perdendo l'opportunità di vivere una delle interpretazioni più viscerali, monumentali e spirituali della serialità contemporanea: quella di Kim Rossi Stuart nel ruolo di Don Fabrizio.
Il cinema di Visconti era un'opera d'arte a sé stante, ma l'adattamento cinematografico dell'epoca dovette necessariamente sacrificare la complessità interna delle pagine scritte. Questa serie non tradisce il testo; al contrario, scava i 'non detti', lo scandaglia. Kim Rossi Stuart non è partito da Burt Lancaster: è partito direttamente dalla parola stampata e dalle sensazioni che il personaggio gli suggeriva e che-stranamente- gli erano molto vicine fino a "catturarlo completamente (come più volte ha detto). Ha lavorato sul corpo, modificando la sua stessa fisicità per restituire quel Principe che, nel testo originale, camminava facendo tremare i pavimenti della sua dimora. La sua è una parabola che va dalla carne allo spirito. È il racconto di un uomo massiccio, fiero, ma logorato da una malinconia cosmica, che osserva la fine del suo mondo non con la rigidità di una statua, ma con la sofferenza di un essere umano in carne e ossa.Una dignità corale tutta italiana. Sminuire questa operazione significa anche ignorare la straordinaria prova di dignità che l'intera industria audiovisiva italiana ha dimostrato in questa produzione.
Non siamo di fronte a una copia sbiadita del passato, ma a un kolossal fiero e solenne che rivendica il diritto di tradurre i nostri classici per le generazioni del presente (e spingere i giovani a leggere il romanzo...) . A chi non ha mai visto il film del '63 e usa quel nome come scudo per non avvicinarsi alla serie, dico questo: lasciate da parte i pregiudizi sul "già visto". Questa è una storia di potere, di passioni devastanti, di giovinezza che morde la vita e di vecchiaia che si interroga sul senso della fine. Guardare questo lavoro significa dare valore al grande cinema italiano che non ha paura di osare, di investire e di confrontarsi con i giganti della letteratura mondiale.



