C’è stato un momento, a metà degli anni ’90, in cui Kim Rossi Stuart avrebbe potuto scegliere la strada più facile: quella del volto da copertina e dei successi televisivi rassicuranti. Invece, ha scelto la penombra delle quinte e la polvere dei palchi più prestigiosi d'Italia.Tra il debutto folgorante con Ronconi e le sfide titaniche di fine millennio, Rossi Stuart non ha solo recitato: ha compiuto una vera e propria metamorfosi. Attraverso i teatri storici -dal Rossetti di Trieste allo Storchi di Modena, passando per l'Arena del Sole di Bologna - ha costruito una carriera fatta di sudore, deturpazione estetica e una ricerca quasi ossessiva della verità.
In questo post ripercorriamo quegli anni cruciali, dal 1994 al 2001, focalizzandoci sulle due vette shakespeariane che hanno ridefinito la sua identità di artista: il dubbio nevrotico del suo Amleto e la discesa agli inferi del suo Macbeth. Un viaggio nella geografia fisica e mentale di un attore che ha preferito essere "re di uno spazio infinito" dentro il guscio di noce del teatro.
Se c’è un’immagine che riassume la rivoluzione teatrale di Kim Rossi Stuart, è quella del suo Amleto che, nel buio di una scenografia essenziale e astratta, scrive col gesso su una lavagna le parole "Essere o non essere". In quel gesto, la regia di Antonio Calenda trasformava il monologo più famoso della storia da declamazione poetica a ossessione tangibile, quasi un compito scolastico esistenziale che il principe danese non riusciva a risolvere.
L’interpretazione di Rossi Stuart, portata in scena tra il 1998 e il 1999, è stata una scossa per il teatro di prosa italiano. Lontano dai toni aulici, il suo era un Amleto nervoso, febbrile e profondamente moderno, che si muoveva in uno spazio mentale prima ancora che fisico. Il fascino dello spettacolo risiedeva proprio nel contrasto generazionale: da una parte un cast di attori esperti e solidi (come quelli del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia), rappresentanti di un potere statico e solenne; dall'altra un Kim Rossi Stuart che usava il corpo e la voce con una fragilità aggressiva, specchio di una giovinezza che non trova più riferimenti nei padri. Questa prova non fu solo un successo di pubblico, ma la dimostrazione tecnica che un "attore di cinema" poteva dominare il palco con una disciplina ferrea, rendendo il principe di Danimarca un personaggio vivo, sporco di polvere e gesso, e incredibilmente vicino alle inquietudini del nuovo millennio che stava per sorgere.
Se Amleto è il personaggio che pensa troppo, Macbeth è quello che agisce oltre ogni limite. Il passaggio a Macbeth segna un cambio netto di registro: dall’indecisione alla furia, dall’analisi alla precipitazione. Rossi Stuart affronta questo ruolo mettendo al centro la trasformazione. Il suo Macbeth non è semplicemente un tiranno, ma un uomo che si lascia progressivamente divorare dall’ambizione e dalla paura. La violenza non esplode subito: cresce, si insinua, prende forma scena dopo scena. Particolarmente efficace è la resa del senso di colpa, che nel Macbeth shakespeariano si traduce in visioni, incubi, ossessioni. Qui l’attore lavora su una tensione continua, rendendo visibile la frattura tra l’uomo e le sue azioni. Il risultato è un personaggio in costante disequilibrio, incapace di fermarsi anche quando intuisce la propria rovina.


Accostati, Amleto e Macbeth rivelano la portata della ricerca teatrale di Kim Rossi Stuart in quegli anni. Da un lato il dubbio paralizzante, dall’altro l’azione incontrollata; da una parte l’introspezione, dall’altra la deriva. In entrambi i casi, ciò che emerge è la volontà di evitare ogni rigidità interpretativa. I personaggi non sono icone, ma organismi vivi, attraversati da contraddizioni. È qui che si misura la maturità dell’attore: nella capacità di abitare i classici senza irrigidirli, rendendoli nuovamente urgenti.








